Giuseppe Lupo – Elegia per un chiodo

che sia il buco della serratura in Prima e dopo di noi o la porta e la finestra nella Fuga degli dei o la finestra in alto nella Stanza delle nuvole, Gabriella Nube non si rassegna a fermarsi al di qua della materia narrata. Cerca un passaggio per un altrove, qualcosa che si spalanchi oltre l’aria rarefatta dei suoi dipinti e indichi un paesaggio di pace, un vocabolario di parole sussurrate.[…]

Il grande enigma dei quadri è contenuto nel ritorno di chi non c’è più, nell’attesa che si stampa sulle porte chiuse, nella presenza dei fantasmi che paiono danzare sui balconi disertati. Solo pochi indizi ci danno consolazione in questi scenari desolati e sono i segni a cui si attacca la memoria quando invoca tenerezza: siano essi i cieli (che narrano di un tempo pieno in cui gli dei avevano l’aspetto di sovrani giovani e vittoriosi) o il chiodo conficcato in un muro bianco di calce, il cui intonaco è stato portato a termine di recente.

[…]

Tutto ciò che finisce dentro la pittura di Gabriella Nube – quanto è contenuto dentro le case chiuse (che noi immaginiamo ancora composte di mobili tarlati e di panni impregnati di naftalina) e quanto si è disperso nelle onde frastagliate delle nuvole -; tutta l’assenza di tempo e di movimento ci dice di un’eternità perduta e inseguita, ci dice il bianco e il nero della nostra memoria che cerca continuamente appigli a cui legare i figli di una disperata ragnatela e sentirsi per un attimo ancora viva. Come fa il chiodo, appunto, che ha la pretesa di essere l’unico indizio di antiche fioriture, il solo avamposto di civiltà un tempo felici e che forse, proprio lui, solo e insignificante, due centimetri di ferro e nient’altro, conficcato nel punto più facile da raggiungere con il braccio, ha la pretesa di reggere in piedi il muro dell’intera facciata.

(dal catalogo G.Nube, “Basilicata. Storie da una terra [non] lontana”)